Andrea Papi
Terra natura uomo
“Ciò che proviene dalla terra ritorna alla terra.” È il ciclo classico permanente che ripropone il tema del perpetuarsi delle forme vita sul nostro pianeta, assieme al permanere degli equilibri geologici che mantengono lo status di fondo del contesto ambientale. La specie umana ne è pienamente parte ed è tenuta a contribuire a che tutto ciò continui ad avere continuità. Per se stessa innanzitutto! Essendone parte, non può infatti che trovarsi in armonica sintonia col contesto, se vuole che lo status del suo esserci abbia la possibilità di donarle continuità di esistenza partecipata.
Metaforicamente ed allegoricamente si può affermare che “tutto è fatto di ciò che dà corpo alla terra”, tutto è composto degli stessi elementi di cui è fatta la terra. La forma vita stessa è una espressione/manifestazione della struttura terra. Da questa consapevolezza nasce il mito della “madre terra”, che trova le sue origini nella dimensione antropologica della pre/storia.
Eppure, a un certo punto del nostro percorso, noi, esseri umani terrestri, ci siamo sganciati dal mito e abbiamo fatto a brandelli i profondi legami intuitivi che ce ne facevano capire, corpo e sangue, l’intima poetica verità. Il mito era un’espressione allegorica di quel sentire di verità ineffabile, tradotta comunicativamente in termini simbolici, che ci faceva comprendere di essere parte del tutto, inscindibilmente. Ne percepivamo il valore, intenso e intrinseco, che a sua volta dava valore al nostro esserci, al nostro esistere, al nostro essere componente dell’insieme.
Sentivamo la forza del tutto, la sua potenza immanente che permetteva il perpetuarsi dell’esistente e della forma vita. Eravamo in contatto simbiotico con l’invisibile che permea ogni manifestazione e intuivamo che proprio dall’invisibile (inteso come ciò che non può esser visto) venisse l’energia capace di dare armonia ai movimenti delle relazioni tra le diverse componenti. Con la nostra innata capacità immaginativa e creativa ci siamo allora raffigurati il tutto come dio e gli abbiam dato appunto il nome di “dio”, mentre ci siamo immaginati la forza dell’energia come l’anima che permette all’insieme di manifestarsi e l’abbiamo nominata “anima”.
Il fatto di poter immaginare e nominare l’immaginato ci ha fatto sentire estremamente potenti, al punto da convincerci che siamo gli eletti del tutto, cioè di dio, il quale per questo ci avrebbe dato forma e corpo simili a lui. Innescato il processo immaginativo, la nostra presunzione ci ha portati, attraverso un progressivo delirio di onnipotenza, a pensare e credere che, simili a dio, cioè al tutto, per sua elezione, potessimo tentare di imitarlo, di avere la capacità di determinare e creare ciò che c’è, di cambiarlo a nostro piacimento, di decidere dei destini di ogni altra cosa e di ogni altro essere vivente. Noi, i presunti eletti di dio, cioè del tutto, aspiriamo intimamente a diventare ed essere dio stesso, cioè il tutto. Ci siamo così staccati come coscienza. Non ci sentiamo più parte del tutto, ma abbiamo preteso di essere il tutto stesso.
In realtà siamo stati spinti solo dall’illusione di poter creare. Secondo il significato da noi stessi attribuito, creare vuol dire infatti dare forma e corpo a qualcosa dal nulla. Siccome non abbiamo questo potere se non per ciò che concerne le costruzioni culturali e l’immaginazione, che abbiamo certamente fervida, non potevamo che viaggiare in modo creativo unicamente nella dimensione dell’astrazione, mentre nei fatti potevamo intervenire concretamente solo su ciò che già c’è. Nell’illusione di poter creare siamo perciò intervenuti massicciamente per modificare e rimodellare il già esistente, in modo da adeguarlo narcisisticamente alla nostra bisogna.
Confondendo conoscenza con apprendimento, come pure sapienza e saggezza con erudizione, ci siamo adoperati con grande foga introducendo senza tregua alterazioni chimiche, correzioni dei cicli, mutazioni genetiche ed ogni tipo di trasformazione capace di alterare gli equilibri naturali che si erano determinati in millenni di delicata e complessa evoluzione. Abbiamo creato macchinari e strutture informatiche, occupando l’etere che non vediamo, alterando i cicli climatici, scavando, abbattendo interi ecosistemi, desertificando, costruendo, riempiendo la superficie terraquea di cose, costruzioni, rifiuti, agenti chimici aggressivi. Non abbiamo creato nulla perché non potevamo farlo. Abbiamo altresì modificato l’ambiente che ci ospita, rendendolo sempre più inabitabile, sempre meno ospitale, sempre più incapace a perpetuarsi all’interno degli e secondo gli equilibri omeostatici geologici e climatici che ne hanno caratterizzato l’esistenza per milioni di anni.
Sia chiaro che non è un male in sé intervenire, costruire e modificare. Fa parte delle possibilità e delle capacità di relazionarsi col tutto in cui siamo immersi. All’interno stesso degli ecosistemi e nel gioco del manifestarsi e del divenire della natura assistiamo continuamente a modificazioni, alterazioni e trasformazioni. Ma c’è modo e modo di farlo. Una cosa è farlo come lo facciamo noi, fottendosene bellamente delle reazioni e dei processi collaterali di modificazione che si possono innestare, preoccupati soltanto di raggiungere obbiettivi relativi unicamente al momento dell’agire che apparentemente beneficiano solo noi stessi. Un’altra cosa è farlo pienamente inseriti nel contesto e spinti dalla consapevolezza di non alterarne quegli equilibri di fondo che permettono il permanere delle strutture base. Le forme vita non umane e le strutture geologiche agiscono e modificano spontaneamente senza alterarli.
Con efficace linguaggio metaforico il Tao recita bene il senso delle cose: “tutto è immutabile e nulla lo è”. Vuol dire che è nella natura delle forme vita e delle strutture inorganiche la possibilità (in un certo senso anche la necessità, data dall’impatto del relazionarsi) di mutare senza però determinare mutazioni che alterino i fondamentali equilibri delle relazioni ecologiche. Non a caso, quando vengono alterati si rideterminano e si ridefiniscono nuovi equilibri, generando il perpetuarsi di un divenire trasformato irreversibilmente nella sostanza del suo esserci.
Gli animali, per esempio, si mangiano l’un l’altro o si nutrono di vegetali, determinando catene alimentari che sono diventate salvaguardia della perpetuazione delle specie animali e vegetali. Ma nella relazione obbligata con noi, animali/uomo, li abbiamo costretti, data la supremazia della nostra forza culturale d’immaginazione e di supposta capacità creativa, ad una sudditanza che ne impoverisce sistematicamente la biodiversità e la possibilità di sopravvivenza. Eppure noi stessi oggi sappiamo con certezza che la biodiversità, sia della flora che della fauna, è una ricchezza da cui non si può prescindere. La quantità e la qualità altamente complessa delle diverse specie, determinatasi nel lungo tempo dell’evoluzione, ha creato una situazione estremamente sofisticata di interdipendenza reciproca, fino al punto da determinare l’altissima qualità delle forme vita terrestri.
Il nostro narcisistico procedere e imporsi su tutto, spinto da un frenetico bisogno di dominare ogni cosa e noi stessi, che ha preso artatamente la predominanza su ogni altra spinta, sta provocando, sempre più irrimediabilmente, l’impoverimento delle biodiversità, cioè della molteplice ricchezza a disposizione delle forme vita, assieme a uno sconvolgimento in progress delle strutture di base climatiche e geologiche, perché ci stiamo appropriando, sconsideratamente a piene mani ed a nostro esclusivo presunto vantaggio, della ricchezza degli elementi naturali a disposizione. Ci siamo così immersi irrimediabilmente in una terrificante precarietà di sistema, mentre pretendevamo di sentirci immuni da essa perché ci siamo divertiti a sentirci come fossimo dei. Purtroppo abbiamo fatto di più! Stiamo riducendo ad una costante precarietà e impoverimento strutturale anche tutto il resto, animali, piante e lo stesso pianeta terra.
Abbiamo messo in moto un meccanismo paradossale, fatto di reazioni a catena che sfuggono al nostro controllo e che non riusciamo più a fermare. Eppure, anche se non abbiamo il coraggio di ammetterlo fino in fondo, dobbiamo fermarlo, perché se non riusciremo a farlo ci fermerà lui stesso, annichilendoci. Per riuscirci dovremmo diventare innanzitutto consapevoli che non riusciamo a farlo perché, anche nel cercare le soluzioni ai problemi che generiamo, continuiamo imperterriti ad essere proiettati solo su noi stessi, presi soltanto dalla soddisfazione dei nostri bisogni. Non riusciamo neppure a capire e vedere che questi bisogni sono sovrastrutture culturali che ci siamo creati arbitrariamente, che abbiamo eletto a scopi da raggiungere, tali da non poterne fare a meno. In realtà questi nostri “improrogabili” bisogni, di potere, di denaro, di supremazia, di appropriazione e di accumulazione, ci hanno preso la mano, al punto che ci sovrastano e ci guidano, inducendoci a continuare ad agire contro noi stessi e contro il contesto da cui dipendiamo.
Così, pur essendo comunque dentro al contesto che continuiamo a violentare, non riusciamo più ad esservi presenti con l’indispensabile consapevolezza di una coscienza in grado di relazionarsi con l’altro da noi. Se vogliamo uscire da questo impasse, dovremmo ritrovare la voglia e la capacità di ridefinire la qualità del nostro modo di relazionarsi con tutto il resto. Dovremmo ritornare, con spirito rinnovato ed aggiornato, a sentirci intuitivamente e con fermezza di sentimento in armonica sintonia col contesto. Dovremmo riappropriarci del desiderio, della coscienza e del piacere di esserne pienamente parte integrata, capace di relazionarsi, con reciprocità e in modo paritario, con ogni cosa ed ogni altro essere vivente in mezzo e assieme ai quali viviamo.
Per farlo, non abbiamo più bisogno del sentire magico/sacrale della visione del mondo tipica della pre/storia, che si esprimeva e comunicava attraverso metafore e simboli mitologici e allegorici. Oggi abbiamo ben altri strumenti e modi di conoscere e comunicare, come il metodo e il linguaggio scientifici, tecnologie sofisticate e l’informatica. Dovremmo solo, si fa per dire, cambiare e spostare il paradigma ermenuetico che dà senso alla nostra presenza e al nostro modo di relazionarsi nel e col mondo. Dovremmo innanzitutto riappropriarci di un’intensa percezione cosmica, intuitiva e coscientemente goduta, che a tutti gli effetti, corporalmente e psichicamente, ci farebbe sentire parte dell’energia che permea il cosmo. Perché dobbiamo diventare pienamente consapevoli che prima di esser parte del pianeta terra lo siamo dell’intero universo. Perché la nostra coscienza deve ristabilire la qualità e il senso profondamente veritieri della nostra collocazione nel cosmo.
Per comprendere bene ciò che sto sostenendo, basta soffermarsi a pensare quale effettiva parte occupiamo nell’ambito della dimensione siderale. La terra è un pianeta molto piccolo, il terzo in ordine di piccolezza del sistema solare. Il sole, a sua volta, è una delle stelle più piccole, collocata alla periferia della via lattea, la quale, a sua volta, è una delle galassie più piccole che si muove ai margini dell’universo, il quale è composto di una quantità letteralmente incommensurabile di astri. Con i computer e le tecnologie sofisticate che abbiamo, si è anche tentato di contare quante stelle ci possano essere nell’universo. È saltata fuori una cifra impronunciabile: un 27 seguito da più di settanta zeri. La nostra mente non può contenere e comprendere simili quantità. Per rendere veramente l’idea è senz’altro molto più efficace la metafora secondo cui “ci sono più stelle in cielo che granelli di sabbia sulla terra”.
La consapevolezza dell’incommensurabilità quantitativa ci sprofonda irrimediabilmente nella nullità della nostra naturale infima piccolezza. È come se il pianeta terra fosse un singolo impercettibile atomo di un enorme corpo super/mega/gigantesco, l’universo nel suo insieme. A quale entità cosmica supponibile pensate che potrebbe veramente importare quali possano essere i nostri destini, se di fatto la terra corrisponde, più o meno, a un atomo di un intero corpo? È come se noi potessimo percepire, anche solo come un impercettibile soffio, quando scompare un atomo del nostro corpo. Succede in continuazione e, ovviamente, non ce ne accorgiamo mai.
La nostra coscienza si trova improvvisamente catapultata, brutale impatto, nell’accettazione della realtà vera. Se non siamo noi ad occuparci di noi stessi, non se ne occuperà nessun altro. Se il pianeta terra scompare forse riceveranno qualche piccolo sconquasso la luna e il sistema solare, ma poi tutto finirà lì. L’insieme dell’universo proprio non ne avrà percezione. Se continuiamo a seguire i nostri deliri di onnipotenza, mantenendoci separati da ciò di cui siamo parte e rifiutando d’integrarci a qualsiasi livello nella dimensione olistica del tutto, siamo destinati a perdere ogni potenza potenziale. Da soli e in contrasto col resto non siamo altro che nulla, perché ci annulla il cosmo stesso di cui siamo parte. Se rientriamo e riusciamo a restare in comunicazione integrata col tutto da cui ci siamo separati potremo ridiventare grandi nella relazione d’appartenenza alla grandezza cosmica. La grandezza e la bellezza vera dell’esserci risiede, infatti, nel vivere e nel sentirsi pienamente parte integrata del pianeta terra che è da sempre parte integrata dell’universo.
A questa consapevolezza nuova se ne dovrebbe accompagnare un’altra, relativa alla sfera del nostro operare di conseguenza. La consapevolezza cioè che il problema è globale e universale e che una soluzione vera, ammesso che riusciremo prima o poi a metterla in atto, non può che trovare forma compiuta nella sua globalità. Intendo dire che ha un senso molto relativo affrontare i singoli aspetti del problema solo separatamente e sconnessi l’uno dall’altro.
Esempio, la ridefinizione del rapporto tra uomo e animali, o addirittura tra uomo e alcune specie animali, non potrebbe essere che monco se venisse affrontato a parte, come se non fosse, come effettivamente è, la risultante di un modo di pensare e di agire che investe l’intera cultura di appartenenza e di presenza nostre sul pianeta. Il problema del rapporto col mondo animale altro da noi non potrà che trovare soluzione vera e, si auspica, definitiva solo quando sarà riuscito a trovarlo nella sua interezza anche quello ecologico in generale, perché si tratta soprattutto di come ci concepiamo, noi esseri umani, collocati e in relazione col contesto di appartenenza. Al di fuori di questa visione complessiva e globale non potremo che mettere in atto soluzioni di facciata, non in grado di intaccare il cancro vero, rappresentato dalla cultura e dalla voglia di predominanza e di predazione su tutto ciò su cui riusciamo a mettere mano.
Ma per entrare veramente in questo ordine d’idee, per tentare veramente il salto qualitativo di un profondo cambio di paradigma, con le scelte radicali che ne conseguirebbero, non si può prescindere dal ripudio dell’abominio, culturale e di intervento pratico, delle logiche innestate dal capitalismo. Il male più profondo generato dai processi messi in moto dal mercato di tipo capitalistico, con tutte le sue varianti e le sue capacità di adattarsi, risiede nell’avere determinato una prevalenza assoluta dell’ambito economico, aspetto prettamente culturale ed esclusivo della nostra specie, rispetto agli ambiti che determinano le relazioni sociali. Ne deriva che l’unica spinta e l’unica motivazione vere a progettare e fare ciò che si reputa di aver bisogno di fare sono riducibili oggi alla necessità di accumulazione finanziaria, per i poteri forti che ci ricattano, al bisogno di procacciarsi denaro, per la gran massa di ricattati e diseredati in tutto il mondo. Nulla si fa se non si produce business, è la parola d’ordine dell’agire della specie umana. Chi se ne frega se poi comporta distruzione, schiavizzazione e omologazione di qualsiasi altra cosa e altro essere vivente.
Tutto ciò è aberrante e non può che coltivare e riprodurre all’infinito la cultura del predominio e della predazione. Fino a quando non si abbatterà, in modo radicale e irreversibile, il paradigma secondo cui il pensare e l’agire debbono essere resi necessariamente funzionali all’accumulo finanziario e all’arricchimento proprietario e, soprattutto, manageriale, sarà praticamente impossibile riuscire ad immaginare, praticare e ridefinire culturalmente la nostra collocazione nel contesto, planetario e cosmico, tesa a diventare finalmente parte pienamente integrata, non più parte predominante e distruttivamente dominante.
Andrea Papi
Dossier Arte Natura Scienza